martedì 23 gennaio 2007

La storia di Federico Aldrovandi

federico aldrovandi processo poliziottiMi dice il mio collega Antonio: perché sul tuo blog non scrivi di Federico Aldrovandi? Cado dalle nuvole: chi è? È il diciottenne morto un anno e mezzo fa a Ferrara dopo aver incrociato una volante della polizia. All’inizio si pensava a un malore, ma è di qualche giorno fa la notizia che gli agenti con cui ebbe la colluttazione, tre uomini e una donna, sono stati mandati a processo per aver ecceduto nel proprio dovere.

Accidenti, Antonio, sul blog io faccio sarcasmo anche sui temi seri ma qui ci vedo poco da scherzare. Cos’è, una specie di Carlo Giuliani? No, Federico non stava aggredendo nessuno. Certo, era l’alba e lui tornava a piedi da una discoteca in cui aveva preso una smart drug e un “francobollo” di Lsd. Forse non aveva il pieno controllo di sé, forse faceva schiamazzo, però le sostanze che aveva assunto non giustificavano un comportamento aggressivo.

Vuoi dire che i poliziotti si sarebbero accaniti troppo su di lui fino a causarne la morte? Questo non lo sappiamo, sarà il processo a stabilirlo. Però sappiamo che i grandi organi di informazione si sono occupati poco o niente di Federico e che la sua vicenda non si è spenta nel nulla soprattutto per la tenacia della madre, che con il suo
blog ha costretto i media a tornare sull'argomento.

Va bene, Antonio, mi hai convinto. Ci farò un post e segnalerò due ricostruzioni dell’episodio, una del 13 gennaio scorso fatta da Radio 24 e una più dettagliata e incalzante fatta un anno fa da Liberazione. Ho trovato anche un intervento del questore di Ferrara, che difende le ragioni della polizia e che risale a qualche tempo fa (ora è stato trasferito).
Per chi ha l'Adsl ecco un video preso da RaiNews24.

E che ognuno si faccia la propria opinione.

7 commenti:

citolo ha detto...

caro mio enzino,
complimenti per la notizia.
questa storia mi porta a porre un interrogativo:
oggi che vuol dire essere giornalista?

Anonimo ha detto...

Non sapevo nulla di questo ragazzo... che razza di storia! :/

Vietato Cliccare ha detto...

che vuol dire essere giornalista? vorrei cavarmela come Leo Longanesi e dire che il giornalista è colui che riesce a raccontare qualcosa che egli stesso non ha capito.
però la tua domanda allude alla necessità di avere giornalisti con la schiena dritta e in effetti oggi non è semplice esserlo.

citolo ha detto...

la definizione di longanesi calza proprio a pennello per questa storia...il giornalista avrebbe dovuto raccontare quello che è accaduto quella sera a Ferrara e che nessuno ancora ha capito bene...sbaglio?

Anonimo ha detto...

Chi siamo? Boh.
E tu? Boh.
Per cominciare a fare conoscenza, ti abbiamo linkato, su www.sarannotroppofamosi.ilcannocchiale.it

Anonimo ha detto...

Anch'io non sapevo molto di questo sfortunato ragazzo. Ovvero, qualche sfocato ricordo e..via.
Evviva i BLOG!!! Sono una finestra...APERTA sulle notizie del mondo. Continuate.

Anonimo ha detto...

GLI EDITORIALI DI ANTONELLO DE PIERRO DIRETTORE DI ITALYMEDIA.IT

Finalmente liberi!

di Antonello De Pierro

Era ora! La legge che pone fine all’obbligatorietà del servizio di leva è finalmente una realtà. Termina così la girandola di amarezze e delusioni che la stragrande maggioranza dei nostri giovani, chiamati ad assolvere gli obblighi di leva, è stata da sempre costretta ad incassare, perdendone abbondantemente il conto. Il festival dell’ingiustizia, delle assegnazioni e dei trasferimenti incredibili, decisi al tavolo delle raccomandazioni e dei clientelismi, senza nessuna logica o pudore di sorta: soldati spediti da Palermo a Udine, braccia “rapite” dallo Stato a famiglie bisognose, e rampolli privilegiati, parcheggiati nell’ufficio dietro casa. Il Rubicone della vergogna, attraversato sfacciatamente dai burattinai degli uffici di leva e delle caserme, muovendo inesorabilmente i fili del destino di ragazzi impotenti, spesso sacrificati sull’altare di frustrazioni personali dei superiori, finalmente sta per prosciugarsi. La “pacchia” dei graduati, abilissimi nel sottomettere giovani inermi, facendosi scudo con le opinabilissime leggi militari, che schiacciano, marciandoci sopra con i cingoli, la loro dignità, inizia a intravedere il tramonto. Chi pulirà le caserme, i “cessi” putridi e puzzolenti, le stanze e gli uffici degli ufficiali e dei “marescialloni” spocchiosi? Chi spazzerà i cortili per ore, spettacolo preferito dalle pupille dei graduati, attenti affinché venisse raccolta anche la “cicca” più minuscola (ottimo esercizio per chi avesse voluto impiegarsi come operatore ecologico al termine del servizio di leva, ma perfettamente inutile per la formazione di un soldato)?Chi impartirà lezioni gratuite di latino, greco, matematica o fisica ai figli “somari” di colonnelli e generali, quando il ragazzo laureato preferirà affrettassi a trovare qualche spiraglio nel muro di gomma del mondo del lavoro, piuttosto che seppellire un anno della sua vita nello squallido grigiore di una caserma? Particolarmente difficile appare in questi giorni penetrare quel guscio di riservatezza, che protegge come un’armatura l’universo militare dal mondo dei civili. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha dribblato con sorprendente abilità la richiesta di un’intervista da parte del nostro giornale. Ma noi, che non amiamo assolutamente mettere il morso alla nostra inarrestabile voglia di verità, non possiamo sorvolare su gravi episodi legati alla moritura “naja”, nutrendoci al banco della nostra esperienza diretta, dove troviamo ricordi che ancora passeggiano vivi nella nostra memoria. Come possiamo non toglierci il sassolino dalla scarpa, foderandoci gli occhi con il prosciutto, di fronte alla verità che preme per scivolare tra le righe di un foglio provvisorio di giornale? Per ognuno un film lungo un anno e con all’incirca lo stesso copione, fatto di angherie, soprusi, arbitrarie privazioni della libertà personale. Un anno trascorso vivendo di nulla ai margini del nulla, con la rassegnazione pronta a spegnere immediatamente qualsivoglia ruggito di vitalità. Finalmente si volta pagina. Agli occhi di chi scrive la memoria mette a fuoco fotogrammi spaventosi. Ragazzi avviluppati dalla spirale del sistema militare, privati della volontà, della dignità stessa di esseri umani, ridotte a puro sussurro. Costretti a subire turpiloqui e ingiurie a più non posso, senza la possibilità di reagire; a mangiare con le mani e ad elemosinare un bicchiere d’acqua nella desolazione dell’Ospedale Militare di Firenze; a dormire con cinque coperte e cinque maglioni in gelide camerate senza riscaldamento (naturalmente nelle camere confortevoli degli ufficiali il caldo era insopportabile); a subire incredibili atti di “nonnismo”, a fare flessioni sulle braccia, portando il naso a due dita da una nauseante quantità di “merda”, troneggiante in bella mostra sul biancore di una “turca”. E molto altro congelato nei file mnemonici degli sventurati protagonisti. Spesso qualcuno più debole non ha retto e ha deciso di chiudere i conti con la vita prima del congedo. Con sorprendente rapidità, sugli scandali sanguinolenti, è sceso sempre puntualmente il velo del silenzio e dell’omertà.
Tutto ciò sarà presto finito. Finalmente!